C’è una scena nel nuovo film di Svevo Moltrasio, Smart Working – Il lavoro agile, uscito in sala il 4 giugno 2026, che vale più di mille slide su produttività, benessere organizzativo e lavoro ibrido. Maurizio Nichetti, nei panni del tecnico informatico tuttofare, ha la soluzione per rimettere ordine nel caos crescente che ha trasformato il salotto di Giuliano – il protagonista interpretato da Maccio Capatonda – in un ufficio improvvisato: comprare un distributore automatico di bevande e merendine. A spese di Giuliano, naturalmente.
La logica è impeccabile, nei termini distorti della commedia: i colleghi ormai vivono stabilmente in casa, il caffè finisce in continuazione, le “ordinazioni” creano confusione, andare al bar porta via troppo tempo. Soluzione: portare il bar dentro casa. Esattamente come, a monte, si era portato l’ufficio dentro casa.

La critica cinematografica più attenta ha colto la valenza simbolica dell’oggetto, descrivendolo come un “juke-box cine-gastronomico” che vuole accontentare tutti i gusti, una metafora che il recensore estende all’intero film, capace di erogare commedia leggera, analisi sociale e critica culturale come un distributore eroga caffè, succhi e snack. Ogni casella occupata, ogni prodotto disponibile. Con il rischio, però, che la varietà dell’offerta finisca per penalizzare la coerenza del risultato.
Smart Working lo usa per mostrare l’assurdità di voler replicare le dinamiche d’ufficio in uno spazio domestico. Ma nel farlo, conferma involontariamente una verità che il settore conosce bene: la pausa caffè al distributore non è un dettaglio logistico. È un rito sociale. E quando quel rito viene sradicato dal suo contesto – l’ufficio, il corridoio, la macchinetta – qualcosa si incrina.