La guerra USA/Israele contro l’Iran scuote i mercati: cosa rischia il caffè

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La guerra USA/Israele contro l’Iran scuote i mercati: cosa rischia il caffè

Il conflitto aperto il 28 febbraio 2026 tra USA, Israele e Iran sta già facendo sentire i suoi effetti sull’economia globale. Per il mercato del caffè, che aveva appena ritrovato un fragile equilibrio dopo due anni di tensioni, si apre una nuova fase di incertezza, guidata non da problemi di produzione ma da energia, logistica e instabilità finanziaria.

Il caffè non si coltiva in Iran né nel Golfo Persico. Ma il problema non è dove nasce la materia prima: è come arriva a destinazione e a quale costo.
Secondo le stime di analisti internazionali, la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz sta costringendo a ripianificare il 12-15% del commercio mondiale, con tempi di transito allungati di 10-14 giorni. Le rotte che collegano l’Asia orientale all’Europa – fondamentali per il robusta vietnamita e indonesiano – sono le più colpite. Non è la prima volta: la crisi del Mar Rosso del 2024 aveva già inflitto un duro colpo alle spedizioni di robusta, contribuendo a portarne il prezzo quasi alla parità con l’arabica. Ora il rischio si ripropone su scala più ampia.

Secondo i dati rilevati lunedì 2 marzo dalle principali piattaforme finanziarie, il Brent ha superato i 79 dollari al barile (+9% rispetto alla chiusura del venerdì precedente), mentre il gas naturale alla Borsa di Amsterdam (TTF) è salito a circa 38 €/MWh. ING Think ha stimato che un aumento del 20% dei prezzi energetici potrebbe ridurre la crescita europea di 0,1 punti percentuali e aumentare l’inflazione di 0,6 punti nel 2026.
Per le torrefazioni, che dipendono dall’energia in ogni fase del processo, dalla tostatura al packaging alla distribuzione, un rincaro strutturale dell’energia significa margini ulteriormente compressi, in un settore che non ha ancora smaltito completamente i rincari degli ultimi due anni.

Quali scenari si prospettano se la guerra durerà a lungo?
Tutto dipende da quanto si prolunga e da quanto si allarga
. Gli analisti di ING individuano nello Stretto di Hormuz il fattore decisivo: il petrolio potrebbe spingersi verso i 120 dollari al barile, soglia oltre la quale la capacità produttiva inutilizzata dell’OPEC – concentrata proprio nel Golfo – non sarebbe in grado di compensare. Uno scenario estremo, secondo Nomisma Energia, potrebbe portare il Brent anche a 200 dollari, anche se la sovrapproduzione globale superiore a 5 milioni di barili al giorno e gli oleodotti alternativi di Arabia Saudita ed Emirati rendono quello scenario improbabile nel breve. Secondo le stime circolate in questi giorni, le pressioni inflazionistiche generate dal rerouting dei trasporti potrebbero incidere tra lo 0,3% e lo 0,7% sull’inflazione core europea nei prossimi sei mesi, un effetto che si trasferirebbe inevitabilmente anche sui prezzi al consumo del caffè.

Tre sono gli indicatori da tenere sotto controllo: l’andamento del Brent e del TTF, l’evoluzione dei futures su robusta a Londra (ICE), e le decisioni dell’OPEC+, che secondo Reuters si riunirà a breve per valutare possibili aumenti delle quote di produzione. Se la de-escalation si concretizzasse rapidamente, l’impatto resterebbe contenuto e temporaneo. Se invece il conflitto si consolidasse, il mercato del caffè si troverebbe a gestire contemporaneamente costi energetici in rialzo, logistica più cara e un clima di incertezza finanziaria che storicamente spinge gli investitori verso i beni rifugio, amplificando la volatilità sulle commodity.

Il caffè, seconda materia prima più scambiata al mondo dopo il petrolio, non è mai immune da quello che accade nel mondo. E quello che sta accadendo in questo momento è tra le crisi geopolitiche più gravi degli ultimi decenni.

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