Coca-Cola. Cambiano le strategie per effetto delle nuove tasse

Gli effetti delle neo approvate plastic tax e sugar tax cambiano le strategie delle aziende del Beverage che, come avevano tempestivamente annunciato, sono costrette a tamponarne i costi.
Particolarmente preoccupante quanto annunciato da Coca-Cola, che ha deciso di bloccare investimenti ed assunzioni e paventa l’ipotesi di delocalizzare parte della produzione, per ammortizzare il ricarico dovuto alle due tasse e quantificato in 160 milioni di euro.
Già colpita dal calo dei consumi di bibite gassate per effetto delle campagne salutistiche degli ultimi anni, l’azienda ha deciso di bloccare 49 milioni di euro destinati agli investimenti del 2020 e di non assumere nuovo personale, sebbene avesse già previsto nuova forza lavoro, in particolare in Sicilia dove erano attese 6 nuove assunzioni.

Sembrerebbe a rischio anche la situazione degli altri siti produttivi italiani, come quello di Marcianise in Campania e Oricola in Abruzzo, la cui chiusura sarebbe più facilmente gestibile, date le ridotte dimensioni rispetto a quello di Nogara in Veneto.
Il rischio è che Coca-Cola, mettendo in discussione i siti produttivi italiani, delocalizzi la produzione fuori confine, come si teme in Sicilia, dove l’azienda rappresenta un’importante volano per l’economia.  Lo stabilimento SIBEG di Catania, dove si produce la Fanta, dà lavoro a 350 persone e muove un indotto dove sono occupate altre 950 unità: delocalizzare anche parte della produzione significherebbe mettere a rischio posti di lavoro in un’area del Sud Italia, già fortemente colpita in termini occupazionali.
Sulla situazione di rischio venutasi a creare, sono intervenuti gli esponenti delle forze sindacali, ma anche Coldiretti Sicilia, dal momento che l’azienda ha anche annunciato di essere costretta ad acquistare le arance all’estero, cosa che avrebbe effetti disastrosi sulla filiera agrumicola siciliana.
Delocalizzare nel sito di Tirana in Albania, come paventato, significherebbe colpire duramente l’economia dell’area etnea, ma anche l’intera filiera agroalimentare siciliana che, negli ultimi anni, ha sostenuto ingenti investimenti per migliorare la qualità delle arance, di cui la SIBEG è un acquirente-chiave.
Luca Busi, amministratore delegato di Sibeg, amaramente commenta a nome dell’azienda e di tutte le altre ubicate nel territorio siciliano:
Queste tasse sono una condanna a morte per la nostra realtà, ma anche per tutte quelle PMI che alimentano la produttività del territorio siciliano, come Tomarchio; Polara; S. Maria, Fontalba; Cavagrande. Mi sento di parlare a nome di tutte le aziende che, come noi, dovranno fare i conti con la rimodulazione degli assetti produttivi e con i tagli delle risorse occupazionali. Abbiamo avuto in incontro con il ministro e con tutte le forze politiche, abbiamo ospitato nella nostra sede il sottosegretario Buffagni, chiarendo che con questi numeri non teniamo il mercato: purtroppo saremo costretti a depotenziare i nostri stabilimenti catanesi, spostando gran parte delle produzioni nei nostri impianti di Tirana, in Albania. Questo processo punitivo e iniquo penalizza solo un comparto e non finiremo mai di ripetere che, a nostro avviso, questo provvedimento è discriminatorio, non crea un percorso sostenibile per le aziende e affronta problemi inesistenti. Le minacce da affrontare saranno tante – dalla penalizzazione delle arance nostrane, ai blocchi di investimenti Coca-Cola, con conseguente sospensione di assunzioni, di cui tanto si è parlato in questi giorni – abbiamo urlato e non siamo stati ascoltati. Un Governo che rimane in silenzio mentre le imprese gridano “allarme”, ha fallito nell’obiettivo di generare valore economico ma soprattutto sociale”.
Commento tratto da Sicilymag.it

A distanza di pochi giorni da questa dichiarazione, arriva la conferma: ad ottobre 2020 SIBEG partirà con i licenziamenti ed inizierà a spostare la produzione a Tirana, paese meno tassato. Ciò nonostante, il sito di Catania non verrà dismesso e SIBEG rilancia, proponendo il vuoto a rendere e l’utilizzo di RPet al 100%, che richiede però investimenti da parte del governo in piattaforme per il riciclo dei materiali, oggi insufficienti.

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