Negozi H24 e degrado urbano: il caso Bari riapre il dibattito sul vending

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Negozi H24 e degrado urbano: il caso Bari riapre il dibattito sul vending

Il dibattito nato a Bari attorno ai negozi automatici H24 e la successiva replica di un imprenditore del settore pubblicata da Bari Today, raccontano una storia che va ben oltre i confini di una singola città. Raccontano, in realtà, come il vending sia entrato a pieno titolo nello spazio urbano e nel discorso pubblico. E quando questo accade, non basta più “fare bene il proprio lavoro”. Bisogna anche saperlo raccontare.

L’articolo che ha acceso la discussione mette in relazione i negozi automatici H24 con fenomeni come degrado notturno, consumo di alcol e spaccio. La risposta dell’imprenditore coglie un punto centrale, spesso trascurato nel racconto mediatico: confondere il contenitore con il problema. Attribuire a un modello di vendita automatizzata la responsabilità di fenomeni sociali complessi significa semplificare eccessivamente la realtà. Lo spaccio, come viene giustamente ricordato, esisteva prima degli H24 e continuerà a esistere indipendentemente dalla presenza di un distributore automatico. Il vero nodo, semmai, riguarda la gestione del territorio, l’efficacia dei controlli, il presidio delle aree critiche. Temi che chiamano in causa istituzioni, politiche urbane e sicurezza, non una singola categoria imprenditoriale.
Scaricare queste responsabilità sugli operatori del vending è una scorciatoia narrativa che non aiuta né i cittadini né chi amministra le città.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione: la percezione del vending. I negozi automatici H24 vengono spesso descritti come attività facili da avviare, a basso investimento, quasi improvvisate. Chi opera nel settore sa bene che non è così. Un H24 regolare richiede investimenti significativi in locali, macchinari, impianti, sistemi di sicurezza e videosorveglianza, oltre al rispetto di un articolato quadro normativo fatto di autorizzazioni, requisiti igienico-sanitari, fiscali e amministrativi. Raccontarli come attività “che nascono con poche migliaia di euro” non è solo impreciso: contribuisce a delegittimare un comparto che crea lavoro e investe sul territorio.

Colpisce, nella replica dell’imprenditore, un passaggio spesso ignorato nel dibattito pubblico: la richiesta di regole chiare e controlli seri. Non è una rivendicazione contro le istituzioni, ma il contrario. Chi opera correttamente nel vending è il primo a volere controlli efficaci, perché l’illegalità danneggia prima di tutto le imprese sane. Anche questo è un messaggio che il settore dovrebbe imparare a comunicare meglio.

Il caso di Bari pone quindi una domanda che riguarda tutto il vending: quanto siamo pronti a gestire l’impatto sociale dei nostri modelli di business?
I negozi H24 rispondono a un’esigenza reale di servizio e accessibilità, ma quando entrano nel tessuto urbano notturno diventano anche luoghi di aggregazione, di consumo, di passaggio. Ignorare questa dimensione significa lasciare spazio a narrazioni superficiali o allarmistiche. Per il vending, la sfida non è difendersi a prescindere, ma partecipare al racconto, spiegare come funziona davvero il settore, quali sono le responsabilità degli operatori e quali no. Perché se il vending non racconta sé stesso, lo faranno altri. E non sempre nel modo più corretto.

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