Si chiude con una condanna a 15 anni di reclusione la vicenda della cocaina nascosta nei container di caffè destinati allo stabilimento Nespresso di Romont, in Svizzera. Il tribunale competente ha inflitto pene severe ai responsabili del traffico internazionale di droga legato ai 500 chilogrammi di cocaina pura rinvenuti nel 2022.
Una storia che Vending News ha seguito fin dall’inizio, documentando tutte le fasi della vicenda.
Il primo capitolo risale a maggio 2022, quando nello stabilimento Nespresso di Romont furono scoperti circa 500 chilogrammi di cocaina pura – per un valore stimato di 50 milioni di franchi – nascosti tra i sacchi di caffè di cinque container provenienti dal Brasile. A fare la scoperta e ad avvisare le autorità furono gli stessi lavoratori dell’azienda. Qui il nostro articolo del 2022.
Fin da subito era stato chiarito che il carico non era destinato a Nespresso, che aveva preso immediatamente le distanze dall’accaduto, collaborando con le autorità per fare luce sulla vicenda. Le indagini avevano ricostruito una catena di eventi iniziata già nel settembre 2021, quando un container di caffè era stato forzato in un terminal nei pressi di Basilea. Da quel momento si erano susseguiti tentativi di recupero della droga e movimenti sospetti nell’area doganale, fino al trasferimento del container a Romont, dove il carico illecito era stato infine individuato.
Un primo importante sviluppo era arrivato alla fine del 2023 con l’arresto di un cittadino albanese residente da anni in provincia di Varese, figura ritenuta centrale nell’organizzazione. La notizia dell’arresto era stata riportata anche da Vending News a gennaio 2024. Qui il nostro articolo del 2024.
Oggi arriva il capitolo conclusivo con la condanna, che segna la fine di un’inchiesta complessa e durata oltre tre anni. La vicenda aveva suscitato grande attenzione internazionale non solo per l’ingente quantitativo di droga coinvolto, ma anche per il contesto in cui era stata scoperta: uno dei più noti stabilimenti europei legati al mondo del caffè. Con questa sentenza si chiude formalmente un caso che aveva toccato indirettamente anche il settore del caffè, dimostrando come le filiere internazionali possano essere vulnerabili a infiltrazioni criminali, pur in assenza di responsabilità da parte delle aziende coinvolte.



















