Coronavirus in Italia: prove generali di smart working

Come noto, il Decreto del 25 febbraio del Consiglio dei Ministri ha stabilito che le aziende che hanno la propria sede nelle regioni Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Liguria possono chiedere ai propri dipendenti di lavorare in modalità smart working, ovvero fuori dalle aziende, al fine di tutelare la loro salute e quella di tutti coloro con cui potrebbero venire in contatto.
Il decreto, che è stato approvato d’urgenza ed è valido fino al 15 marzo (salvo proroghe), evita ai datori di lavoro di adempiere alle normali procedure che regolano lo smart working, prima fra tutte la sottoscrizione di un accordo tra azienda e lavoratore e le comunicazioni al Ministero del Lavoro e all’INAIL.

Sta succedendo in Italia quello che da alcune settimane è in atto in Cina, dove milioni di lavoratori stanno operando da remoto attraverso strumenti digitali.

Ma l’Italia – o meglio gli imprenditori italiani – sono pronti a considerare questa forma di lavoro alla stregua di quello svolto all’interno dell’azienda?
Sebbene la legge stabilisca che per chi lavora da remoto valgano gli stessi diritti e lo stesso trattamento di coloro che lo fanno in sede, sembra che i titolari d’impresa italiani storcano il naso di fronte a quest’alternativa, considerando fondamentale “il monitoraggio fisico” del dipendente.

Bloomberg ha definito quello che sta avvenendo il più grande esperimento di lavoro da remoto al mondo, ma in Italia più che di smart working si può parlare di una forma ibrida tra il vecchio modello del telelavoro e il più moderno lavoro agile, visto che non sono meglio definite le modalità, i tempi e i luoghi in cui esso va svolto.
Nella realtà, va detto che l’Italia è abbastanza impreparata a questo modello di lavoro rispetto agli altri Paesi, dove ormai da anni sta diventando un’alternativa al tradizionale spostamento quotidiano casa/ufficio/casa, anche se in taluni casi concesso solo per uno o più giorni alla settimana.
Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2019 in Italia gli smart worker erano solo 570.000, per lo più impiegati in grandi aziende. Il dato, che mostra una crescita rispetto al 2018 (+20%), è comunque molto basso rispetto agli altri Paesi, verso i quali l’Italia si pone molto sotto alla media (dati Eurostat).

Eppure, stando alle opinioni di coloro che effettivamente lavorano da remoto, lo smart working sarebbe da incentivare per avere dipendenti più rilassati e soddisfatti rispetto a coloro che lavorano all’interno:  il 76% si dice soddisfatto della sua professione, contro il 55% degli altri dipendenti; uno su tre si sente pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e ne condivide valori, obiettivi e priorità, contro il 21% dei colleghi.
I principali benefici riscontrati dall’adozione dello smart working sono il miglioramento dell’equilibrio fra vita professionale e privata (46%) e la crescita della motivazione e del coinvolgimento dei dipendenti (35%).
Ma la gestione degli smart worker presenta secondo i manager anche alcune criticità, in particolare le difficoltà nel gestire le urgenze (per il 34% dei responsabili), nell’utilizzare le tecnologie (32%) e nel pianificare le attività (26%).
Se si interrogano gli smart worker, invece, la prima difficoltà a emergere è la percezione di isolamento (35%), poi le distrazioni esterne (21%), i problemi di comunicazione e collaborazione virtuale (11%) e la barriera tecnologica (11%).
Alle mamme e ai papà lo smart working concede tempo, ore da trascorrere con i propri figli: meglio stare chiusi in un mezzo di trasporto per raggiungere il luogo di lavoro, o dedicare quel tempo a loro, magari prima che vadano a scuola o vengano affidati alla baby sitter o alla nonna di turno?

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