Materie prime plastiche carenti e prezzi alle stelle. L’allarme dell’industria italiana

Aumenta il prezzo di tutte le materie prime – dal petrolio al rame, dalla soia al frumento – e soprattutto della plastica.
Per queste materie prime, a partire dallo scorso anno, si sono registrati rincari anche a doppia cifra (mediamente 40%) a causa di una maggiore richiesta del mercato e a condizioni oggettive intervenute senza che si potessero fare previsioni.



L’eccesso di domanda è, infatti, da imputarsi principalmente ad economie come l’India e la Cina. Quest’ultima, in particolare, uscita dalla pandemia già da tempo, è stata in grado di far ripartire la produzione ad un ritmo anche superiore al periodo pre-COVID, a differenza di Europa e Nord America che, ancora oggi in piena pandemia, cominciano a muovere i primi timidi passi verso la ripresa.
Cina e India, indipendenti per la trasformazione, si sono accaparrate per tempo quantitativi di materie plastiche tali da ridurne le scorte disponibili e da far lievitare i prezzi.


A questa situazione, si aggiungono le conseguenze delle gelate verificatesi negli Stati Uniti, che hanno bloccato molti impianti petrochimici, facendo sì che polipropilene ed etilene diventassero le materie plastiche più colpite dall’ondata di gelo.
Secondo i dati Platts, riportati da Unionplast, da ottobre 2020 a marzo 2021, il prezzo dei polimeri è aumentato in una percentuale che va dal 27 al 73 per cento.

Con una crisi occupazionale già grave, qual è quella attuale, le aziende italiane della trasformazione della plastica, che non hanno potuto approvvigionarsi a lungo termine, rischiano di dover ridurre, se non interrompere la produzione.
Le segnalazioni e il grido di allarme lanciati dalle associazioni di categoria, come Unionplast, rischiano di rimanere inascoltate per mancanza di interlocutori, cosa che, sommata ad una crisi internazionale senza precedenti, rischia di portare gravi ripercussioni sullo stato occupazionale del nostro Paese.

Unionchimica CONFAPI sottolinea “l’esigenza di arrivare ad aiuti concreti anche di natura economica che incentivino ulteriormente la ricerca e sviluppo ed il rinnovamento della filiera della plastica. Interventi che devono essere sia a livello europeo che nazionale, e che devono puntare certamente alla tutela dell’ambiente e dell’occupazione, ma anche alla competitività di un comparto industriale determinante per l’economia nazionale.
Grandi aspettative, da questo punto di vista, sono riposte sul Recovery Fund anche in relazione
all’incentivazione dell’uso di plastiche di scarto o di tipo alternativo incoraggiate da strumenti di finanziamento e sgravi fiscali immediatamente fruibili come i “crediti d’imposta”.

A pagare le spese di questa situazione è anche la filiera di approvvigionamento del settore farmaceutico ed alimentare, basti pensare alla necessità di plastica per la produzione di siringhe per il piano vaccinale mondiale e, nel nostro settore, di bicchieri e palette.

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