Il 30 dicembre 2026, tra meno di tre mesi, entra in vigore l’EUDR, il regolamento europeo contro la deforestazione. Da quel giorno il caffè verde potrà entrare nell’Unione solo se l’importatore dimostra che non viene da terreni disboscati dopo il 2020. Per farlo servono le coordinate geografiche di ogni appezzamento. Dopo anni di rinvii, la scadenza questa volta è confermata, almeno per le imprese grandi e medie. Micro e piccole imprese hanno tempo fino al 30 giugno 2027.
Ma a monte della filiera, nelle piantagioni, la preparazione è ancora incompleta. Lo racconta uno studio pubblicato ad agosto dall’International Institute for Sustainable Development (IISD), un centro studi canadese.
I ricercatori hanno intervistato 333 piccoli agricoltori e organizzazioni di produttori in 16 Paesi, dall’Africa occidentale all’America Latina, passando per Etiopia, Uganda, Indonesia, Colombia e Honduras. La maggior parte del campione coltiva soia. Il caffè è rappresentato da una ventina di produttori, quindi i dati vanno presi come indicazioni di tendenza. Gli stessi autori avvertono che il campione non è statisticamente rappresentativo.
Il primo risultato sorprende in positivo. Quasi tutti conoscono l’EUDR: il 91% del campione e tutti i coltivatori di caffè intervistati. Il problema non è più l’informazione. Come scrivono gli autori, la sfida principale “non è più far conoscere l’EUDR ai piccoli produttori“.
Gli ostacoli sono strutturali. Il primo riguarda la terra. Solo il 31% degli intervistati ha documenti chiari sulla proprietà dei campi che coltiva. Nel caffè la quota sale al 74%, ma uno su quattro resta comunque scoperto. Poi ci sono i costi: mappare i terreni, raccogliere i dati, pagare certificazioni e audit. Tra il 57% e l’80% degli intervistati, secondo il settore, li indica come un ostacolo. In Indonesia, per esempio, si stima che adeguarsi costi tra 70 e 200 euro per agricoltore. Infine c’è il digitale: molti strumenti di tracciabilità lavorano online, ma nell’Africa subsahariana usa internet poco più di una persona su tre.
Il dato più preoccupante riguarda le conseguenze. Il 79% dei coltivatori di caffè intervistati teme che regole più rigide spingano i produttori verso mercati meno esigenti. Nel campione complessivo la quota è del 74%. Molti agricoltori lo dicono chiaramente: venderanno a chi paga di più o più in fretta, anche a compratori informali o di altri Paesi.
Per l’IISD il regolamento rischia così di non fermare la deforestazione, ma di spostarla altrove.
Lo studio vede anche una spaccatura tra i produttori. Chi fa parte di una cooperativa, di una filiera certificata o di un programma di un grande acquirente ha in genere più documenti, più formazione e più assistenza. Gli agricoltori indipendenti partono molto indietro. Il pericolo, scrivono i ricercatori, è “un sistema a due livelli”. Neanche la certificazione basta da sola: aiuta, ma non garantisce di essere in regola con l’EUDR. Le richieste dei coltivatori vanno soprattutto ai governi. L’84% chiede politiche pubbliche di sostegno, il 78% aiuti economici, il 74% formazione. All’industria l’IISD chiede di condividere i costi di adeguamento, di unificare le richieste di dati ai fornitori e di non abbandonarli durante la transizione.
Per torrefattori e gestori italiani la questione è pratica. Con le semplificazioni approvate nel 2026, la dichiarazione di “dovuta diligenza” spetta solo a chi immette per primo il caffè sul mercato europeo, quindi in genere all’importatore o al torrefattore che compra il caffè verde. Gli operatori successivi devono soprattutto conservare e trasmettere i numeri di riferimento delle dichiarazioni. Ma se all’origine mancano i dati, la filiera ha meno fornitori a disposizione e le partite in regola possono costare di più.
È arrivato il momento per i gestori di chiedere ai fornitori come si stanno preparando.




























