Appalti pubblici UE: il Public Procurement Act dà più peso a qualità e sostenibilità

Un regolamento unico al posto delle tre direttive del 2014, qualità almeno al 30% e più spazio a criteri ambientali, digitale e preferenza europea.

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La Commissione europea ha presentato il 9 settembre 2026 la proposta di regolamento sugli appalti pubblici e le concessioni, denominata Public Procurement Act (COM(2026) 590 final). L’obiettivo è rendere gli acquisti delle amministrazioni più semplici, digitali e strategici.
Il testo sostituirebbe le tre direttive del 2014 con un unico regolamento direttamente applicabile negli Stati membri, senza bisogno di una legge nazionale di recepimento. Le tre direttive sono la 2014/23/UE sulle concessioni, la 2014/24/UE sugli appalti ordinari e la 2014/25/UE sui settori speciali, cioè acqua, energia, trasporti e servizi postali. Gli appalti pubblici europei valgono circa 2.500 miliardi di euro l’anno, quasi il 15% del PIL dell’Unione. La Commissione stima risparmi amministrativi annui per circa 650 milioni di euro.

La proposta supera la logica del prezzo più basso: il miglior rapporto qualità-prezzo diventa il criterio ordinario di aggiudicazione. La componente qualitativa dovrebbe pesare almeno il 30% della valutazione e almeno il 50% nei contratti ad alta intensità di manodopera, con possibilità di deroga in determinate circostanze. Nella qualità possono rientrare elementi ambientali, sociali, di innovazione, di sicurezza e di resilienza.
Un capitolo specifico è dedicato al Green Public Procurement. Le amministrazioni potrebbero inserire considerazioni ambientali e climatiche nelle specifiche tecniche, nei criteri di selezione e di aggiudicazione e nelle condizioni di esecuzione. Il semplice rispetto degli obblighi ambientali minimi non basterebbe a qualificare un acquisto come “verde”. Dove esistono criteri adottati per il prodotto o il servizio, avrebbe la precedenza l’Ecolabel.

Le stazioni appaltanti potrebbero premiare prodotti durevoli, riparabili, aggiornabili, riutilizzabili o realizzati con materie prime secondarie. Potrebbero anche scegliere beni ricondizionati e modelli come leasing, condivisione e “prodotto come servizio”. Salvo impossibilità tecnica, gli acquirenti pubblici dovrebbero scegliere soluzioni ad alta efficienza energetica. La valutazione economica potrebbe considerare il costo dell’intero ciclo di vita, compresi consumi energetici, manutenzione, raccolta, riciclo e, quando misurabili, le esternalità ambientali.

Sul fronte digitale, la proposta prevede una rete comune per lo scambio dei dati e il principio once only, per cui le imprese non dovrebbero ripresentare informazioni già in possesso delle amministrazioni.
Viene introdotto anche un quadro di preferenza europea, in linea con gli obblighi internazionali dell’Unione. Se le condizioni di concorrenza non sono equilibrate, il meccanismo permette di privilegiare l’offerta europea o di limitare l’accesso degli operatori di Paesi terzi.

La proposta dovrà ora essere esaminata dal Parlamento europeo e dal Consiglio secondo la procedura legislativa ordinaria e potrà essere modificata durante il negoziato. Le nuove regole si applicherebbero due anni dopo l’entrata in vigore.